Martedì 20 Novembre 2018
   
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Politica: "Unire il Local con il Liberal?"

fare luce

 

 

Il 2012 passerà alla storia come l’anno della prosecuzione della crisi comunitaria e delle crescenti difficoltà che andranno a maturarsi nella vita del tessuto delle piccole imprese italiane, al quale nemmeno il territorio acquavivese potrà sottrarsi. In questa fase di crisi, che pertanto colpisce famiglie, commercianti, lavoratori dipendenti, o imponiamo ai singoli di chiudersi a riccio, o proponiamo, attraverso opportuna comunicazione, di interagire con il mondo che li circonda: partendo da casa propria e comprendendo che i loro problemi partono, si risolvono, a chilometro zero. Dove sarà importante superare il familismo amorale e promuovere l’incontro e l’interazione.

La politica del domani, se seguirà i dettami della E-democracy o della Trasparenza internettiana politico-amministrativa (od entrambe), non sarà una questione di consenso, ma di partecipazione: e il “mondo locale socio-economico-culturale” sarà rappresentato nell’immaginario insieme delle associazioni, dei settori dell’istruzione, delle imprese e degli esercizi, che assieme potranno costituire la chiave per trovare nuove soluzioni locali volte all’interesse collettivo. Il “bene comune” resterebbe un’idea utopica: ma che potrà essere condivisa sia da persone che crederanno nei partiti, e sia da quelle che preferiranno non essere coinvolte in tali strutture, cui sarà la buona fede delle loro singole azioni che li unirà sotto un’unica bandiera. Poiché il “bene comune”, in un’ipotesi percorribile, può essere definito nella seguente formula: il “pensare locale”. Ovvero: “Se vuoi migliorare il mondo, comincia dalla tua città. Dal modo in cui la stessa politica si rapporta coi cittadini; o viceversa”.

E tutto ciò sarà possibile partendo solo dai giovani: cui alcuni, oggi, potrebbero sostenere che non siano più capaci di pensare (per progettare).

Tuttavia, restano però numerosi i possibili input: quelli provenienti dal mondo dell’istruzione; le buone iniziative promosse dai movimenti politici o dalle associazioni culturali; finanche la coraggiosa voglia di fare di alcuni gruppi di giovani imprenditori, o di giovani commercianti.

Restano esempi fra loro molto differenti, ma si potrebbe anche immaginare quanto questi quattro mondi, assieme, possano influenzare la vita futura di una sola città.

Affinché coesione sociale e “bene comune” possano tranquillamente trovare una sola chiave di lettura, servirà promuovere un comunitarismo di democrazia più partecipata: in una visione di localismo sempre più moderno, moderato, dinamico.

Un nuovo localismo: capace di coniugare a sé la tradizione, la produttività locale, il (non-facile) futuro sostenibile e l’integrazione. Che sappia accogliere nel rispetto delle regole e della laicità: laicità che non deve mai ipoteticamente trascendere dalla nostra più condivisibile concezione anti-nichilista. I giovani riscoprano, di conseguenza: i valori... Come anche i valori dell’autonomia energetica a chilometro zero, della tutela del prodotto a chilometro zero (studiando anche come avviene per quest’ultimo la sua reale distribuzione sul mercato), della tutela, laddove possibile, di un mercato etico di natura “locale equo-solidale”.

Nessun cattivismo o buonismo: ma – in tempo di enunciazioni alla Merkel - razionalità, progettualità, territorialità.

Territorialità: perché prima di tentare di salvare il mondo a parole, si cominci da casa propria e coi fatti concreti. I fatti: come creare network di movimenti e associazioni o più comitati civici. O come premere per l’idea di un bilancio comunale sempre più partecipato, e per l’ottimizzazione delle risorse comunali volte all’efficienza della macchina amministrativa

Cerchiamo, ora, di immaginare da dove si potrebbe ripartire: un laboratorio per la rivalorizzazione delle risorse. Un laboratorio che analizzi, attraverso un comitato di volontari, quattro flussi quali i settori primario, secondario, terziario, e l’andamento del mercato locale del lavoro.

Un networking espressione di un costante forum cittadino costituito da associazioni, scuole, imprese, esercizi… Il tutto per far ripartire il concetto di produttività della Polis, come monito a un nuovo modo di fare politica partendo dal basso, a “chilometro zero”.

Indubbiamente, ci rendiamo anche conto che essere oggi dei semplici cittadini che pensano solo in forma trasversale (e fantapolitica) resterebbe un qualcosa di utopico…

Utopico quanto anche creare un messaggio che possa coinvolgere universalmente i giovani, specie quelli di un contesto sociale odierno: un contesto che solitamente non esige un gruppo di idee volutamente profonde, ma condizionate – nel bene o nel male – dalla nuova celerità delle immagini, dei suoni, della comunicazione. Dove non c’è sempre spazio per l’approfondimento personale delle questioni sociali della propria città: perché tale comportamento dovrebbe poi competere all’abitudine dei facili slogan, alla bellezza consumistica di ogni eventuale merchandising politico.

Ma come passare da una generazione delle manifestazioni di piazza a una generazione per le soluzioni?

Imparando a formulare soluzioni. (A destra, come al centro, come a sinistra…) Si possono già formulare dei temi per la città di Acquaviva delle Fonti. Come abbiamo già proposto in questa testata qualche articolo fa: “Primo: più telecamere; in punti nevralgici fuori o dentro il centro abitato. Secondo: istituire, almeno una volta ogni trimestre, un’ora di legalità presso le aule magne di tutte le scuole della città; presiedute direttamente da un pubblico ufficiale. Terzo: creare un laboratorio "artistico" giovanile per incanalare il potenziale di alcuni ragazzi, i writers e altri artisti, per un’idea di promozione e merchandising locale. Quarto: l’apice della civiltà, il punto più alto, ovvero incoraggiare, laddove possibile, un network di associazioni locali che possano promuovere una scuola serale di italiano gratuita per i neo-immigrati. A parte i 4 punti, bisognerebbe cominciare a sondare, da vicino, anche la condizione sociale giovanile acquavivese: quali prospettive presenta il mondo del presente? Si potrà mai fare un’analisi sull’attuale andamento del mercato locale del lavoro? E come si potrà creare nuovo lavoro o nuova piccola impresa? Come si difendono gli interessi dei giovani commercianti acquavivesi?

Forse questo "sondare" spetterebbe più ai giovani della città. E i "giovani" dovranno organizzarsi.

Ognuno, alla fine, può pensarla come vuole… Ma serve, anche, una nuova anima di pensiero apposita per i giovani. Azzardiamo… "Pro-Local". Cioè: "dato un territorio e una comunità, si dispone una generazione su un piano orizzontale, prescindendo da tradizionali logiche destra-sinistra"... Favorendo i temi più concreti, quali: "questioni sociali locali", "istanze serie, composte e moderate nel loro comunicare" e "difesa delle esigenze locali"; a partire da quelle economiche, evitando l’eventuale politica dei futuri sperperi. (Ivi inclusa la "trasparenza" internettiana politico-amministrativa... La verità sui futuri debiti fuori bilancio, le telecamere fisse durante i lavori consiliari, e i CD o DVD riproducenti le registrazioni dei singoli consigli e alla portata di qualsiasi cittadino per un costo molto basso). Il tutto, organizzandosi, ipoteticamente, con un network di associazioni e movimenti. Se non sarà possibile creare un solo monolite culturale (una sola nuova cultura dominante), azzardiamo la creazione di almeno due realtà: l’una a destra e l’altra a sinistra. E l’ideale resterebbe una leale competizione fra gruppi che pensano e progettano per la collettività.”

Quel “local” – nostro sermone - che forse oggi manca al pari dell’economia mista e che toccherà di supplire a tale economia. Quel “local” – o meglio: Local-Lib trasversale, neologismo che dir si voglia - che potrebbe essere inteso come etica della stessa politica della “crisi”, come garanzia di almeno tre “vecchi” (e non più “trendy”) temi: il pane quotidiano (in senso lato) presso i soggetti economici noti al nome famiglia, lavoro, e coesione sociale fra istituzioni e paese reale. E dialogo fra le diversità: quelle “generazionali”.

Perché viviamo tempi difficili: coi giovani che lamentano della politica, ma non la cambiano. Dove, ormai, si scende in piazza, senza attendere il concreto nel mattino seguente.

(E si badi, cortesemente, che i noti grillini, almeno quelli di oggi, devono ancora dimostrare tutto…)

Forse è tempo di essere, a livello locale: più moderati e meno radicali, più politici e meno tecnici, più civici e meno partitici, più prolocalisti (o glocalisti) e meno globalizzati, più partecipi come cittadini e meno soggetti come “clienti”. Perché più crescerà questa “crisi” e più non sarà possibile affidarsi alle, ormai, vuote (…e classiche) aspettative clientelari; che oggi potrebbero ancora assumere l’aspetto di un castello: ma solo di carte.

 


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