Mercoledì 21 Novembre 2018
   
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"LA CULTURA NON SI MANGIA"

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Ci risiamo. Ancora una volta il governo nazionale penalizza la cultura. Nonostante le parole del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che difende la cultura e il sapere, dicendo che i tagli “non possono essere fatti con il machete” e aggiungendo che “non si possono sacrificare in modo schematico gli investimenti sul nostro futuro. Non tutti i capitoli di spesa sono sullo stesso piano.”

Il modo più efficace però per arginare la crisi economica, ma io ci metterei anche quella morale, è quello di tagliare i fondi. E quando si tratta di tagliare, il primo settore interessato è proprio quello della cultura.

Ecco che le parole del ministro Tremonti, “la cultura non si mangia” stridono con quelle di Napolitano e si reificano nei provvedimenti, minando seriamente la possibilità degli enti locali non solo di fornire intrattenimento, cosa necessaria perché procura occasioni di riflessione e perché può impegnare i ragazzi in attività costruttive, ma soprattutto di fare cultura.

Entrando nello specifico, Il decreto legge n. 78/2010 conv. in legge n. 122/2010 (manovra finanziaria estiva) prevede rilevanti limiti di spesa per mostre e pubblicità e la soppressione delle spese per sponsorizzazioni.

A partire dal 2011 infatti, le amministrazioni pubbliche inserite nell’elenco ISTAT dovranno limitare la spesa per relazioni pubbliche, convegni, mostre, pubblicità e di rappresentanza al 20% di quella sostenuta nel 2009, inoltre sempre a partire dal 2011 le amministrazioni inserite nell’elenco ISTAT non possono effettuare spese per sponsorizzazioni.

Le conseguenze di queste forti limitazioni possono facilmente essere immaginate: ogni comune infatti dovrà attenersi per quel che concerne la gran parte degli eventi culturali organizzati al 20% di quanto speso nel 2009, inoltre la promozione del territorio, ovvero la capacità di veicolare all’esterno le bellezze culturali, le attrazioni turistiche, e le tipicità gastronomiche non potrà più avvenire attraverso le sponsorizzazioni.

E questo è ciò che chiamano sviluppo.

Ma come se non bastasse per prevenire gli eventuali scostamenti dagli introiti previsti per la vendita delle frequenze del digitale terrestre alle compagnie telefoniche sono stati congelati prima 27, poi altri 50 milioni di euro del Fus, il Fondo Unico dello Spettacolo che già era stato ridotto per quest’anno ad un totale di 258 milioni di euro. In tutto sono 77 milioni di euro tolti alla cultura e a chi lavora nella cultura, e tolti al Ministero dei Beni Culturali che così dovrà sopprimere la gran parte delle attività previste. Rispetto alle risorse precedenti, la musica è scesa da 56 a 35 milioni, la lirica da 196 a 122, la danza da 9 a 5, il teatro da 67 a 42, il cinema da 76 a 47.

Le conseguenza sono facilmente immaginabili, d’altronde “la cultura non si mangia”.

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