Sabato 17 Novembre 2018
   
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T.A.R., RESPINTO IL RICORSO DEI TRE CANDIDATI CONSIGLIERI

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Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia ha respinto il ricorso presentato da Lovecchio Angelo Antonio, Costantino Natale, Albanese Francesco (Candidati consiglieri alle scorse elezioni Amministrative di Acquaviva delle Fonti) per l'annullamento parziale, limitatamente all’attribuzione del premio di maggioranza e conseguente proclamazione a consiglieri comunali di maggioranza di Luisi Giuseppe, Tria
Domenico, Benevento Alessandro e Caporusso Vincenzo.

Di seguito la sentenza:

REPUBBLICA ITALIANA

 

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

 

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

 

sul ricorso numero di registro generale 752 del 2010, proposto da:

Lovecchio Angelo Antonio, Costantino Natale, Albanese Francesco, rappresentati e difesi dall'avv. Giuseppe Mariani, con domicilio eletto in Bari, via Amendola, 21;

contro

il Comune di Acquaviva delle Fonti, rappresentato e difeso dall'avv. Felice Eugenio Lorusso, con domicilio eletto in Bari, via Amendola, 166/5;

nei confronti di

Luisi Giuseppe, Tria Domenico, Benevento Alessandro, Caporusso Vincenzo, rappresentati e difesi dall'avv. Giuseppe Cozzi, con domicilio eletto in Bari, corso Cavour 31;

per l'annullamento parziale,

limitatamente all’attribuzione del premio di maggioranza e conseguente proclamazione a consiglieri comunali di maggioranza di Luisi Giuseppe, Tria Domenico, Benevento Alessandro e Caporusso Vincenzo, del verbale delle operazioni elettorali e di proclamazione degli eletti alla carica di consigliere comunale di Acquaviva delle Fonti redatto in data 24 aprile 2010 dall’Ufficio centrale costituito per l’elezione del Sindaco e del Consiglio comunale svoltasi il 28 e 29 marzo 2010 nonché, limitatamente all’elezione del Sindaco, nel ballottaggio tenutosi nei giorni 11 e 12 aprile 2010; nonché, per quanto di interesse, della deliberazione di Consiglio comunale n. 1 e del 6 maggio 2010, di convalida dell’elezione dei nuovi consiglieri comunali, limitatamente alla convalida dell’elezione dei candidati:

a) Luisi Giuseppe, eletto consigliere comunale nella lista con il contrassegno Partito Democratico;

b) Tria Domenico, eletto consigliere comunale nella lista con il contrassegno Partito Democratico;

c) Benevento Alessandro, eletto consigliere comunale nella lista con il contrassegno Di Pietro Italia dei Valori;

d) Caporusso Vincenzo, eletto nella lista con il contrassegno Casini – UDC;

per la conseguente correzione dei risultati elettorali mediante rideterminazione dei seggi spettanti a ciascuna lista, prescindendo dall’attribuzione del premio di maggioranza di cui all’art. 73 comma 10 secondo periodo d. lgv. n. 267 del 2000 alle liste collegate al sindaco Squicciarini Francesco, risultato eletto al secondo turno;

nonché per la dichiarazione del diritto del ricorrente Lovecchio Angelo Antonio ad essere proclamato eletto consigliere comunale del Comune di Acquaviva delle Fonti;

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio del Comune di Acquaviva delle Fonti e dei controinteressati Luisi Giuseppe, Tria Domenico, Benevento Alessandro e Caporusso Vincenzo;

Viste le memorie difensive; Visti tutti gli atti della causa;

Relatore il consigliere Doris Durante;

Uditi nell'udienza pubblica del giorno 17 novembre 2010 per le parti i difensori avv.ti Giuseppe Mariani, Felice Eugenio Lorusso e Giuseppe Cozzi;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

Con ricorso depositato presso questo Tribunale il 24 maggio 2010, notificato con pedissequo decreto di fissazione d’udienza il 27 maggio 2010 e depositato con la prova delle avvenute notifiche il 4 giugno 2010, Lovecchio Angelo Antonio, Costantino Natale e Albanese Francesco, nella duplice qualità di cittadini elettori iscritti nelle liste elettorali del Comune di Acquaviva delle Fonti e di candidati alla carica di consigliere comunale, rispettivamente Lovecchio Angelo Antonio e Costantino Natale nella lista n. 8 “I giovani per Petruzzelli Sindaco” e Albanese Francesco nella lista “Movimento politico per Schittulli”, hanno impugnato i verbali delle operazioni elettorali tenutesi il 28 – 29 marzo 2010 per l’elezione del Sindaco e del consiglio comunale di Acquaviva delle Fonti ed i conseguenti provvedimenti di proclamazione degli eletti.

 

Essi premettono che in seguito alle consultazioni elettorali svoltesi nel Comune di Acquaviva delle Fonti nei giorni 28 e 29 marzo 2010, le liste collegate al candidato sindaco Francesco Squicciarini hanno totalizzato 5.306 voti (pari al 38,98% dei voti validamente espressi) e le liste collegate al candidato sindaco Miche Petruzzelli hanno conseguito 4.653 voti (pari al 34, 19% dei voti validamente espressi).

I candidati sindaci Squicciarini e Petruzzelli sono andati al turno di ballottaggio, avendo gli altri tre candidati alla carica di sindaco totalizzato un numero di voti inferiore.

Al turno di ballottaggio è stato eletto Francesco Squicciarini e allacoalizione ad esso collegata è stato attribuito il premio di maggioranza in applicazione della disposizione di cui all’art. 75, comma 10 del TUEL.

 

Essi evidenziano che l’attribuzione del premio di maggioranza ha prodotto un risultato assai singolare, avendo la coalizione di liste collegate al sindaco risultato eletto conquistato ben quattro seggi in più con effetto “di sproporzione” in danno di tutte le altre forze politiche che, pur essendo complessivamente maggioranza assoluta nel corpo elettorale, si sono viste ridotte a minoranza istituzionale per effetto del premio di maggioranza ed ha frustrato le aspettative di nomina di essi ricorrenti che all’esito delle votazioni erano risultati rispettivamente, Lovecchio Angelo Antonio e Costantino Natale primo e secondo dei non eletti nella lista di appartenenza e Albanese Francesco primo dei non eletti.

Essi deducono, in conseguenza, l’illegittimità costituzionale della disposizione normativa di cui all’art. 73, comma 10 del d. lgv. n. 267 del 2000 per violazione dei principi di uguaglianza e ragionevolezza di cui agli articoli 2 e 3 della Costituzione.

Essi richiamano a sostegno della dedotta illegittimità costituzionale alcuni principi espressi o, comunque, desumibili da pronunce della Corte Costituzionale in materia elettorale. Il riferimento è alle sentenze n. 107 del 1996; n. 304 del 1996; n. 2 del 2004 e nn. 15 e 16 del 2008 ed al principio in esse affermato secondo il quale l’attribuzione del premio di maggioranza

va subordinato al raggiungimento di una soglia minima di voti o di seggi, condizione che, a loro dire, mancherebbe nella disposizione normativa in questione per l’ipotesi di sindaco eletto al secondo turno.

Essi sostengono anche che il principio di rappresentanza politica è gerarchicamente superiore al principio di governabilità cui è finalizzata l’attribuzione del premio di maggioranza, costituendo la rappresentanza politica estrinsecazione di un diritto inviolabile dell’uomo riconosciuto dall’art. 21 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948 a tenor del quale “ogni individuo ha diritto di partecipare al Governo del proprio Paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti”, disposizione integrata dal protocollo addizionale sottoscritto anche dall’Italia a Parigi il 20 marzo 1952.

 

In conclusione, i ricorrenti, in quanto attori popolari e soggetti che hanno partecipato alla competizione elettorale, invocano il rispetto della Costituzione anche per la legge elettorale per l’elezione dei comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti, qual è il Comune di Acquaviva delle Fonti, onde veder affermato sia l’interesse all’azione popolare, sia quello proprio ad una migliore posizione nella graduatoria delle preferenze rispetto agli eletti e, quanto al ricorrente Lovecchio, alla sua proclamazione a consigliere comunale che conseguirebbe ad una distribuzione dei seggi secondo il metodo proporzionale previsto dall’art. 73, comma 8 del d. lgv. n. 267 del 2000, ove fosse dichiarata incostituzionale la norma contestata e corretti conformemente i risultati elettorali.

Si sono costituiti in giudizio i controinteressati che hanno chiesto il rigetto del ricorso ed il Comune di Acquaviva delle Fonti che ha eccepito in rito l’improcedibilità del ricorso per omessa notifica a tutti i componenti del consiglio comunale ed al sindaco e per omessa notifica all’Ufficio centrale elettorale e ne ha dedotto l’infondatezza nel merito.

Alla pubblica udienza del 17 novembre 2010, il ricorso è stato assegnato in decisione ed è stata data lettura in udienza del dispositivo.

In ordine alle eccezioni in rito sollevate dalla difesa del Comune, va osservato che l’omessa notifica del ricorso a tutti i consiglieri comunali e allo stesso sindaco, soggetti sui quali potrebbe riflettersi un’eventuale decisione di accoglimento del ricorso perlomeno nella misura in cui essa possa determinare un’alterazione degli equilibri politici e la rivisitazione dell’azione di governo, in disparte ogni valutazione sulla consistenza giuridica di un tale interesse, essa implica al più la necessità dell’integrazione del contraddittorio, essendo stati comunque chiamati in causa i soggetti tecnicamente controinteressati.

Quanto all’omessa notifica del ricorso all’ufficio centrale elettorale, se ne deve escludere ogni rilevanza, essendo detto ufficio organo temporaneo che non ha legittimazione passiva nelle cause elettorali.

Né può ritenersi che esso assuma la qualità di parte necessaria in relazione alla natura delle censure dedotte in ricorso, incentrate nel caso in esame sull’eccezione di incostituzionalità di una norma dello Stato che, imporrebbe a detta dell’amministrazione resistente, la presenza in giudizio di un’amministrazione statale.

Una tale situazione, invero, potrebbe, piuttosto dar luogo alla chiamata in causa dell’amministrazione, ai sensi dell’art. 28 c.p.a., quale terzo nei confronti del quale si ritenga opportuno che il processo si svolga.

Tuttavia, essendo il ricorso infondato nel merito, non può essere disposta né l’integrazione del contraddittorio né l’intervento in causa del terzo e ciò ai sensi dell’art. 49 c.p.a..

Passando alla trattazione del merito, si osserva quanto segue.

Assumono i ricorrenti che l’art. 73, comma 10, secondo periodo del d. lgv. n. 267 del 2000 (ai sensi del quale “Qualora un candidato alla carica di sindaco sia proclamato eletto al secondo turno, alla lista o al gruppo di liste ad esso collegate che non abbia già conseguito, ai sensi del comma 8, almeno il 60 per cento dei seggi del consiglio, viene assegnato il 60 per cento dei seggi, sempreché nessuna altra lista o altro gruppo di liste collegate al primo turno abbia già superato nel turno medesimo il 50 per cento dei voti validi. I restanti seggi vengono assegnati alle altre liste o gruppi di liste collegate ai sensi del comma 8”) sarebbe costituzionalmente illegittimo per violazione dei principi di uguaglianza e ragionevolezza di cui agli artt. 3 e 2 della Costituzione italiana, non prevedendo una soglia minima di voti o di seggi quale condizione per l’attribuzione del premio di maggioranza, diversamente dall’ipotesi prevista dal medesimo articolo 10, primo periodo, per l’ipotesi di sindaco proclamato eletto al primo turno (“Qualora un candidato alla carica di sindaco sia proclamato eletto al primo turno, alla lista o gruppo di liste a lui collegate che non abbia conseguito…almeno il 60 per cento dei seggi del consiglio, ma abbia ottenuto almeno il 40 per cento dei voti validi, viene assegnato il 60 per cento dei seggi, sempreché nessuna altra lista o altro gruppo di liste collegate abbia superato il 50 per cento dei voti validi”).

Ciò posto, va osservato che sulla illegittimità costituzionale della disposizione di cui all’art. 73, comma 10 del d. lgv. n. 267 del 2000 e sul rapporto tra le due diverse previsioni contenute nella citata norma, si è già espressa la Corte Costituzionale con la sentenza n. 107 del 1996 che dichiarato infondata la questione di illegittimità costituzionale.

La decisione n. 107 del 1996, riferita all’allora vigente art. 7, comma 6, della l. n. 81 del 1993, integralmente trasfuso nel vigente art. 73 del d. lgv. n. 267 del 2000, affronta, invero, in maniera esaustiva tutte le problematiche legate al premio di maggioranza nei Comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti, concludendo per la loro infondatezza.

In quel caso, i ricorrenti si dolevano della mancata attribuzione del premio di maggioranza alla coalizione collegata al candidato sindaco eletto al primo turno, in mancanza del raggiungimento della maggioranza assoluta dei voti validamente espressi, evidenziando, tra l’altro, l’incongruenza di tale disposizione normativa rispetto a quella che invece consente, in ogni caso, l’attribuzione di detto premio di maggioranza alla coalizione collegata al candidato sindaco eletto al turno di ballottaggio.

La Corte affermò che la norma, per come formulata, non lede il principio di uguaglianza del voto, giacché questo esige che l’esercizio del diritto di elettorato attivo avvenga in condizioni di parità (donde il divieto del voto multiplo o plurimo) ma non anche che il risultato concreto della

manifestazione di volontà dell’elettorato sia proporzionale al numero dei consensi espressi, dipendendo questo invece dal concreto atteggiarsi delle singole leggi elettorali, fermo restando in ogni caso il controllo della ragionevolezza.

Passando poi ad esaminare le differenze sussistenti tra il primo turno elettorale e il successivo ballottaggio, la Corte affermò che non sono comparabili il primo turno di votazioni e il turno di ballottaggio perché rispondono a logiche diverse.

Nel primo turno l’elettorato è chiamato ad esprimersi sia per i candidati alla carica di sindaco, sia per le liste che concorrono per la composizione del consiglio comunale. Quindi, ancorché espresso in una scheda il voto è doppio e, secondo una precisa e consapevole opzione del legislatore, può essere anche disgiunto.

L’ammissibilità del voto disgiunto comporta conseguentemente che è ben possibile che in consiglio vi sia una maggioranza contrapposta al sindaco, come anche che vi sia una situazione di equilibrio tra consiglieri eletti in altre liste.

Il legislatore, evidenziava la Corte, con una scelta che rientra nell’ambito della sua discrezionalità, ha deliberatamente escluso di assicurare comunque la maggioranza in consiglio al candidato eletto sindaco, il quale non può adagiarsi e puntare esclusivamente sul suo prestigio personale, ma è stimolato a collegarsi a liste che abbiano un effettivo consenso nell’elettorato. Il sindaco “forte” (perché eletto al primo turno), ma collegato ad una lista “debole” (nel senso che non raggiunge anch’essa la maggioranza dei consensi al primo turno), risulta in qualche modo penalizzato per un collegamento rifiutato da una parte del suo elettorato che, pur votando per lui, non ha però votato anche la sua lista o addirittura ha votato per una lista contrapposta.

Quanto al secondo turno, che è quello qui in questione, secondo la Corte “non c’è più la possibilità di voto disgiunto, perché si vota soltanto il candidato sindaco collegato ad una o più liste. L’elettore quindi non può più esprimere il consenso al candidato, contemporaneamente, però, bocciando il collegamento dal medesimo prescelto: la sua manifestazione di volontà è necessariamente unica e quindi più non sussiste alcun ostacolo intrinseco a valorizzare il collegamento – nuovamente espresso in questo secondo turno mediante l’abbinamento grafico tra il nome del candidato sindaco e i simboli delle liste a lui collegate – al fine di introdurre un più rigido effetto di trascinamento attribuendo alla lista collegata al sindaco la maggioranza assoluta dei seggi nella percentuale del 60% come premio di maggioranza. Salva solo, in questo caso, l’ipotesi del già avvenuto conseguimento, nel primo turno, della maggioranza assoluta da parte di una lista non collegata al sindaco, eccezione questa che rappresenta la residua proiezione, anche nel turno di ballottaggio, dell’esigenza di tener conto del voto disgiunto”.

Inoltre la evenienza in cui il premio di maggioranza è attribuito al turno di ballottaggio è – per definizione – quella in cui il corpo elettorale si presenta particolarmente frammentato posto che né alcun candidato sindaco, né alcuna lista hanno ottenuto la maggioranza assoluta dei voti validi al primo turno.

Frammentazione che invece manca nel caso in cui già il primo turno riveli l’esistenza di un candidato sindaco “forte” che riesce a raggiungere la maggioranza assoluta dei consensi, e l’esistenza, insieme, di una lista a lui collegata altrettanto “forte” per aver anch’essa conseguito la maggioranza assoluta. Frammentazione che neppure si verifica nell’ipotesi che vede contrapporsi ad un candidato sindaco “debole”, perché costretto a ricorrere al ballottaggio, una lista di opposizione “forte”, tanto da aver conseguito la maggioranza assoluta al primo turno.

Affermava ancora la Corte che “E’ questo carattere frammentato del voto espresso al primo turno che vale a connotare e differenziare ulteriormente il turno di ballottaggio con premio di maggioranza e conseguentemente giustifica una diversa valutazione del legislatore che, consentendo nuovi collegamenti e prevedendo un ben più sostanzioso premio di maggioranza,

mira ad incentivare nel secondo turno una aggregazione delle forze in campo più accentuata di quella rivelatasi insufficiente al primo turno”.

La decisione su riportata è tutt’ora attuale essendo richiamata nella recente ordinanza della Corte n. 305 del 30 settembre 2004.

In quest’ultima decisione, infatti, la Corte Costituzionale, pur dichiarando manifestamente inammissibile la questione di illegittimità costituzionale dell’art. 73, comma 10 del TUEL, afferma testualmente “a parte le ragioni che già hanno indotto questa Corte a ritenere infondata una questione analoga (sentenza n. 107 del 1996)” .

Ritornando all’ampia disamina contenuta nella sentenza n. 107 del 1996, deve concludersi che il sistema previsto dal legislatore con l’attribuzione del premio di maggioranza con modalità diverse nel caso di elezione del sindaco al secondo turno rispetto alla elezione al primo turno, non solo non viola l’art. 3 e l’art. 2 della Costituzione, ma non pecca nemmeno di irragionevolezza.

Anzi le ragioni espresse dalla Corte Costituzionale consentono di comprendere appieno la scelta compiuta dal legislatore che ha previsto l’attribuzione del premio di maggioranza con modalità diverse ed in misura più consistente, proprio nel caso in cui il consenso dell’elettorato è particolarmente frammentato, con l’evidente finalità, ritenuta prevalente dal legislatore nell’ambito dell’esercizio della sua discrezionalità, di garantire la governabilità dell’ente proprio in quei casi in cui l’alta conflittualità dell’elettorato non potrebbe consentire la governabilità dell’ente nemmeno attraverso il ritorno alle urne.

Deve, a tal punto, concludersi che le scelte del legislatore e il bilanciamento da esso effettuato tra rappresentanza politica e governabilità appaiono ragionevoli per come congegnati e non lesivi di alcuna prerogativa e tantomeno di diritti costituzionalmente garantiti.

In conclusione il ricorso deve essere respinto.

Le spese di giudizio vanno compensate tra le parti, tenuto conto della delicatezza e particolarità delle questioni trattate.

P.Q.M.

definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Bari nella camera di consiglio del giorno 17 novembre 2010

con l'intervento dei magistrati:

Corrado Allegretta, Presidente

Doris Durante, Consigliere, Estensore

Giuseppina Adamo, Consigliere

 

L'ESTENSORE                                                        IL PRESIDENTE

 

 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 26/11/2010

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

 

 

 

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