Domenica 22 Ottobre 2017
   
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Il cacciatore d’ “U Pallone”

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La storia di Nico Sorressa, il “cacciatore” che ha ritrovato in aperta campagna il pallone di quest’anno, e delle sue esperienze passate.

Acquaviva – Sono notizia degli ultimi giorni le circostanze inaspettate e a tratti esilaranti del ritrovamento d’ “U Pallone”, cercato invano per ore dalle squadre di ricerca, poi ritrovato casualmente sopra il tetto di un fuoristrada, di proprietà di una delle due famiglie acquavivesi che prima di tutti hanno ritrovato la mongolfiera in un fondo di campagna. Il ritrovamento da parte delle due famiglie, così rapido ed proficuo, è dovuto non solo alle particolari condizioni di volo e atterraggio del pallone, ma anche dalle particolari capacità di uno dei “cacciatori”, e di un pizzico di fortuna. A tal proposito, ci siamo fatti raccontare proprio dai protagonisti della vicenda, il nostro concittadino Nico Sorressa i dettagli del ritrovamento.

“Quest’anno, io, i miei due figli Donato e Riccardo e alcuni amici abbiamo aspettato il lancio sulla circonvallazione. Appena lo abbiamo avvistato in cielo è partita la caccia; è lì che si vede la conoscenza delle strade, la bravura nel calcolare la traiettoria della caduta. Vederlo in aria non è la stessa cosa di essere sul posto. Quando l'abbiamo visto ieri sera, c'era l'indecisione di prendere la strada dietro al ristorante oppure no. Quindi appena abbiamo visto una piccola virata, abbiamo subito pensato che stesse andando in Contrada Tre Lame, ma giunti lì non perdeva quota, l'ha superato ed è andata verso Via Di Sotto. Solo allora ha iniziato a perdere quota, e l’abbiamo perso di vista. A quel punto abbiamo iniziato la ricerca a piedi, addentrandoci nei fondi. Dopo un bel po’ di camminata lo abbiamo trovato: era caduto in una posizione tale che il cerchio di legno con lo stoppino non toccava la carta, e quindi la mongolfiera non si sarebbe mai incendiata. A questo punto abbiamo iniziato a prendere alcune parti del pallone. Aiutato da mio figlio Donato io ho recuperato il cappio, mentre il mio amico si è ritagliato il numero “cinquanta” disegnato sulla carta. Ad un certo punto Donato ha voluto anche prendersi il cerchio, perché giustamente faceva notare che tutti vogliono un pezzo di carta, ma nessuno pensa al cerchio. Ero titubante, perché mi chiedevo cosa se ne sarebbe fatto di tre metri di legno, ma non c’è stato verso di fargli cambiare idea: ha preso il cerchio e lo ha tagliato in due, e poi si è caricato i pezzi a spalle e se li è riportati alla macchina da solo, per i campi. E' stata una bella esperienza. I miei figli Donato e Riccardo erano insieme, e vedere i bambini gioiosi mi rende ancora più contento di tutto ciò. Sono felice che in un futuro avranno da raccontare la storia di questa esperienza. Dopo che abbiamo recuperato un bel po’ di carta, siamo andati presso la Zona 167 per festeggiare, ed è lì che il sindaco ci ha trovati. E’ stato buffo vedere la grande sorpresa del sindaco, anche se ovviamente capivamo che era preoccupato dei possibili danni provocati dalla caduta.”

La passione del signor Sorressa però risale a molti anni fa. Nel raccontare le sue avventure con i “Palloni” degli anni scorsi non si può non accostare gli attimi concitati dell’inseguimento della mongolfiera a delle vere e proprie caccie. Una caccia in cui “U Pallone” è la preda ambita di molti acquavivesi che vogliono strapparne un pezzo come bottino e augurio di buona fortuna.

“Seguire “U Pallone” durante la sua caduta non è certo una cosa casuale, perché questo desiderio di seguire la mongolfiera per ritrovarlo a terra mi è stato tramandato da un amico, Zino Rongo, che mi raccontava spesso della bellezza di giungere sul posto dove cade il pallone, delle sensazioni che provi quando ti trovi di fronte ad esso. Secondo me è paragonabile alla stessa emozione che si prova a vederlo partire; solo che è un'emozione differente, perché quando le vedi partire è un'emozione collettiva, ma quando lo vedi atterrare, è un'emozione tutta tua, perché è una cosa che rimane solo per te, e nel caso in cui riesci a recuperare qualcosa, e ti senti fiero di aver portato a casa un pezzo di storia, vista la storia secolare della nostra tradizione. Ovviamente, inseguire il pallone non casuale: bisogna conoscere il territorio, avere a mente un po’ di strade interpoderali, e certamente avere fortuna.

Ho molti ricordi legati a queste caccie. Sarà anche che nei cinque anni in cui l’istinto mi ha detto di seguire il pallone sono sempre riuscito a recuperare qualcosa. La prima volta fu parecchi anni fa, quando il pallone cadde di fronte alla pescheria di via Gioia. Mi ricordo ancora che per recuperare il cappio dovetti tagliarlo in malo modo con un coltello, mentre un amico mi teneva in bilico fra un terrazzo e il vuoto. Nel 2007 cadde proprio sull'abitazione dove abitavo da ragazzo. Grazie a ciò entrai, andai sul terrazzo, e sempre con questo mio amico, recuperammo il cappio. Due anni fa ci fu la postazione fissa di mia moglie sul terrazzo che mi indicava gli spostamenti, ed io, insieme a mio figlio Gianvito. Non era previsto che lo seguissi, ma ad istinto lo feci. Quell’anno cadde sopra la stazione di servizio di via Bari, e siccome era pericoloso lo tirammo giù dopo averlo agganciato al fuoristrada, tant’è che stanno le riprese della videosorveglianza a testimoniare ciò.

Ma l'esperienza più bella è stata nel 2013, almeno da quello che ricordo. Il 2013 è caduto in contrada Difesa. Quell'anno mi ricordo che ero in piazza, e mia moglie era stanca e andò a casa. Al che io dissi ai ragazzi: andiamo via che lo vediamo sulla circonvallazione. Non era calcolato che dovessi andarci dietro. Appena arrivato, la mongolfiera ci passò sopra la testa. Già si avvicinava una ressa di macchine che lo inseguivano. Il pallone scendeva dal ponte di San Vito, in direzione della vecchia via Gioia. Io però arrivato alla chiesa di San Vito, siccome stava questa fila immensa, ebbi l'illuminazione, ma ripeto, per fortuna o istinto come lo vogliamo chiamare, di girare a sinistra sotto il ponticello, e mi ritrovai da solo a inseguire il pallone, con i miei due figli Gianvito e Donato che mi facevano da navigatore, perché al buio e con la necessità di guardare la strada non potevo seguire gli spostamenti. Gianvito che mi diceva istante per istante la coda e la direzione, e io guidavo. Finché il pallone arrivò ad altezza quasi d'uomo, gli alberi non erano altissimi, e appena perse quota, quando il cerchio urtò, fece da freno. Il pallone si ferma e inizia ad accartocciarsi. Io arrivai nell'istante in cui il pallone urtò all'ulivo e iniziò ad accartocciarsi. E' una sensazione fantastica sentire il rumore della carta che si accartoccia. La cosa bella di quell'anno fu che c'è l'ho solo io il ricordo. Una volta che cade in campagna si incendia, e quindi la luce fa da richiamo, ma quell'anno il cerchio la carta si accartocciò, quindi lo stoppino diede fuoco alla carta. Io ricordo di aver tagliato l'inizio del cappio e di essermi messo nella testa del pallone, e rimasi per qualche istante allibito. Ero in questa massa circolare, piena di fumo, con il fuoco che si vedeva in lontananza. Era come essere immersi nell’infinito. Fu una sensazione che durò istanti, perché la velocità di combustione è molto rapida, visto che l'aria all'interno è satura, la carta è già calda, quindi è rapidissimo l’incendio. Riuscì a malapena a tagliare il cappio, tanto che me lo portai acceso, e lo spensi con l'estintore. E' il ricordo più bello, perché ritrovai tutte le sensazioni descritte dal mio amico, e scopri che erano tutte corrispondenti a verità. Tutto ciò che lui mi raccontava nei vari anni, perché lui lo fa da quando era giovane, era rimasto impresso in quella sera.

Io non ne conoscevo la possibilità. Quando mi è stato raccontato mi incuriosiva. Poi effettivamente l'emozione è qualcosa di grande. Magari l'anno prossimo non ci andrò, ma sarà qualcosa che solamente l'istinto potrà dire.”

Speriamo che l’istinto continui a guidare questo moderno cacciatore.

 

 

 


Commenti  

 
#1 Francavolato 2017-09-08 16:08
L'apoteosi dell'inutilità
 

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