Lunedì 20 Novembre 2017
   
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La libertà di non avere paura

Lettera.2


È vero, ci eravamo congedati a inizio agosto spiegando che non saremmo tornati a settembre. Non era una bugia. Abbiamo intenzione di mantenere l’impegno assunto con noi stessi; tuttavia, dopo aver letto il comunicato in tema di festa patronale e sicurezza, abbiamo avuto un sobbalzo e, non potendo far altro, la mano è corsa alla penna. Così, dopo anni di collaborazione, torniamo come ospiti sulle pagine di questo giornale, senza voler abusare della cortesia e, proprio per non rubare troppo spazio agli amici Colleghi, andiamo subito al sodo.

Ciò che in questo contesto storico sta emergendo da parte dell’intero popolo italiano è una triplice colpa, in parte genetica. La prima deriva dall’abitudine millenaria ad avere lo straniero in casa: Ostrogoti, Visigoti, Longobardi, Franchi, Mori (a più riprese), Normanni, Germani, Ungari, Vichinghi, Spagnoli, Inglesi, Francesi, Tedeschi, Austriaci, Russi… Questo costante cambio di padroni ha sviluppato in noi una certa capacità di sopportazione e rassegnazione che ha poi portato al servilismo. Basti vedere come subiamo le cafonerie dei turisti maleducati, gli insulti dei giornali stranieri ai nostri Capi di Stato o di Governo, l’indifferenza con cui i leader stranieri ci trattano. La seconda colpa, vera e propria conseguenza della prima, sta in un’autentica mancanza di fierezza che ci priva di una qualsiasi dignità di popolo. Per questo, quando il nemico avanza, i più stanno a guardare. La terza colpa, effetto della precedente, sta nella scarsa capacità di associare la libertà al coraggio. “Il segreto della felicità è la libertà e il segreto della libertà è il coraggio” diceva Pericle. Se lo capissero in molti, non ci staremmo trasformando lentamente in una provincia islamica, la nostra libertà non si troverebbe in pericolo e oggi non vivremmo nella paura.

Una paura che è anche di parlare e non permette di dare un volto al nemico che, nel comunicato politicamente corretto, ben si bada dal chiamare con il suo nome: terrorismo islamico. Si ha paura di parlare, paura di non essere abbastanza allineati, ubbidienti e servili nei confronti del pensiero accettato dai più. Paura di essere liberi, insomma.

E allora la domanda è: si può ancora invertire la rotta? Oppure l’Occidente ha già perso questa battaglia per la sopravvivenza? Rispondere non è facile. Tentiamo di farlo con le parole di Oriana Fallaci, tratte dall’epilogo de “La forza della Ragione”.

Forse no. Lo dico avendo negli occhi lo spettacolo che la notte di Capodanno, il Capodanno del 2004, New York ha offerto a Times Square. Si temeva un attacco nucleare, questo Capodanno, a New York. Il pericolo […] era giunto al livello arancione e la città non aveva mai vissuto in tanto allarme.[…] Lo spettacolo di mezzanotte l’avrei guardato alla televisione. L’ho guardato. E accendendo la televisione mi aspettavo di veder poca gente. Non solo perché il pericolo era davvero grosso ma perché durante la settimana avevo seguito i preparativi e più di un luogo allestito per accogliere una festa mi era parso un carcere all’aperto. Posti di blocco, torri di guardia, cabine di metal detector. Sbarramenti, transenne per delimitare recinti dentro i quali i capodannisti controllati uno ad uno con i metal detector sarebbero stati racchiusi, corridoi per la truppa e i poliziotti a piedi o a cavallo. […] Invece c’era un milione di persone. La piazza non bastava a contenere la folla che aveva sempre contenuto e per almeno due chilometri la gente traboccava nelle arterie adiacenti. […] La cosa più bella, comunque, non era nemmeno questa. Era l’allegria smodata e nel medesimo tempo calcolata che li elettrizzava, l’insolenza provocatoria con cui reagivano al rischio di un altro Undici Settembre. […] Il meglio, però, l’ho visto a mezzanotte. Perché mentre fuochi d’artificio squarciavano il buio, ogni fuoco un boato così potente da farti temere che l’attacco stesse avvenendo davvero, le macchine da presa hanno inquadrato un giovanotto che si inginocchiava ai piedi di una ragazza e con la mano sinistra le offriva un anello. […] È scoppiato il finimondo. Chi saltava, chi si abbracciava. Chi ritmava Alleluja-evviva-Alleluja. Chi strillava: “Many children, tanti bambini, many children!”. Come se l’Undici Settembre non fosse mai avvenuto, non fosse mai esistito. Ed io mi sono commossa. Perché è una sfida, quel “many children”. Voleva proprio dire: “Noi non abbiamo paura”. E perché non molto lontano c’era il gran vuoto lasciato dalle Due Torri. C’erano i tremila morti ridotti in polvere. I morti dell’Undici Settembre”.

Ecco, il concetto è questo: la guerra si può ancora vincere, ma dobbiamo anzitutto capire chi è il nostro nemico, dandogli un nome e un’identità. Non è certo parlando semplicemente di “terrorismo” che riusciamo a identificarlo, se non precisiamo la matrice islamista dello stesso. Ancora, dobbiamo comprendere che la guerra che l’Islam ha dichiarato all’Occidente non è una guerra militare. No, è una guerra culturale che mira a colpire la nostra anima, il nostro sistema di vita, il nostro modo di pensare, di agire, di amare. La nostra libertà, appunto. Non dobbiamo farci ingannare dalle cinture con l’esplosivo. I terroristi non ci ammazzano solo per riempire i cimiteri. Lo fanno per piegarci, per intimidirci. Lo fanno per soggiogare di nuovo l’Occidente.

Non difendere il nostro territorio – e non con le barriere in cemento sparse per le città, ma cominciando a controllare le moschee e tradurre le prediche degli imam –, la nostra casa, i nostri figli, lasciarci invadere passivamente, rinunciare alle nostre tradizioni, al nostro corteo in onore della Santa Patrona di Costantinopoli (oggi Istanbul – dice niente? –), alla nostra identità, rassegnarci per viltà o pigrizia, vuol dire sottometterci al nemico. Vuol dire che loro hanno già vinto. Invece no. Bisogna vincerla questa guerra. Bisogna rialzarsi. Bisogna ritrovare la forza di lottare e la sfrontatezza di dire che Acquaviva, protetta e guidata da Maria Santissima di Costantinopoli, non ha paura.

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