Mercoledì 14 Novembre 2018
   
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Liberalizzazione vendite, lunedì prossimo sciopero delle edicole

locandina sciopero_sinagi


Anche gli edicolanti di Acquaviva aderiscono lunedì prossimo 1° dicembre alla prima giornata di sciopero, proclamata dal Sindacato Nazionale dei Giornalai, contro le liberalizzazioni della rete di vendita dei giornali, prevista dal decreto legislativo 170/2001, di cui il governo, da quanto si apprende in una nota stampa dell'organizzazione sindacale, sarebbe intenzionato a confermare la validità. Il Sinagi ha dunque dichiarato lo stato di agitazione della categoria, decidendo anche un pacchetto di otto giornate di chiusura, la prima delle quali è stabilita per lunedì prossimo, 1 dicembre, dalle ore 8 del mattino a fine giornata.

Il segretario generale Giuseppe Marchica motiva la sofferta decisione del sindacato: “L’assenza di disponibilità del Governo a riconfermare la validità delle norme contenute nel decreto legislativo 170/2001, disponibilità già confermata dal precedente Governo Letta che aveva presentato un disegno di legge collegato alla legge di stabilità del 2013, ignorato poi dall’attuale Governo”.

“Quando si parla di liberalizzazione della rete di vendita, senza alcuna regola o limitazioni, mantenendo però l’obbligo della parità di trattamento, si delinea con chiarezza la volontà politica di annientare un’intera categoria, di promuovere il fallimento di migliaia di micro aziende e di mandare sul lastrico un numero ancora più elevato di famiglie, oltre a ridurre la funzione dei giornali quotidiani e periodici da strumento di informazione pluralista, e quindi un “bene comune”, a mero prodotto commerciale. Va da sé che una eventuale liberalizzazione della rete di vendita metterà immediatamente in discussione l’attuale obbligo di parità di trattamento per tutte le testate quotidiane e periodiche”.

Il Sinagi annuncia: “Si sono già avviate le procedure per trasmettere una segnalazione/denuncia alla Comunità Europea affinché venga accertato se il finanziamento pubblico erogato agli editori di quotidiani e periodici sia in linea con le normative europee, oppure se trattasi, di fatto, di un aiuto di stato, a fondo perduto, al singolo editore”. 

Ad aggravare questa situazione – continua la nota sindacale - c’è la totale indisponibilità da parte della Federazione Editori, a rinnovare un accordo Nazionale, scaduto da ormai 5 anni. A nulla è valso avanzare proposte, richiedere ripetutamente incontri, offrire disponibilità per ridisegnare un contratto totalmente diverso e al passo con i tempi, rispetto a quello scaduto da 5 anni”.

“Da parte editoriale il nulla, silenzio assoluto, intanto quasi dodicimila edicole su quarantamila, hanno chiuso per sempre, e nonostante le denunce continue, nel totale disinteresse di tutti. Questa – conclude il Sinagi – è la strada che la categoria è costretta a percorrere di fronte alla evidente volontà del Governo e del mondo editoriale di cancellarla completamente”.

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Pubblichiamo di seguito una nota di Vito Michea giunta in Redazione:

 

 

LE MOTIVAZIONI DELLO SCIOPERO DEL 1° DICEMBRE E LE EVENTUALI CONSEGUENZE DI UNA LIBERALIZZAZIONE SENZA REGOLE IN AMBITO CONTRATTUALE


"Lo sciopero proclamato unilateralmente dal Sinagi, unitamente dall’Usiagi-Ugl, è la naturale conseguenza dell’assordante silenzio dell’attuale Governo rispetto alle richieste d’ incontro avanzate da tutte le organizzazioni sindacali di categoria e dalla manifestata volontà dello stesso di liberalizzare il settore (espresso in occasioni ufficiali dal Sottosegretario), nonostante il diverso parere nel merito certificato dal Governo Letta. Questo percorso così ricco di incognite si è reso necessario per queste ragioni e non si riesce a comprendere quali siano le reali motivazioni che hanno portato le altre sigle sindacali a non dare la loro adesione a questa fondamentale iniziativa sindacale. Non si riesce a comprenderle sino in fondo, se si ha il tempo la voglia e di leggere il contenuto dei due comunicati stampa unitari dell’8 e 10 ottobre. Il primo a firma di tutte le sigle sindacali e indirizzato al Sottosegretario Lotti, con il quale evidenziando la preoccupazione di tutti per un provvedimento legislativo che portava alla “indiscriminata liberalizzazione della vendita di quotidiani e periodici”, si chiedeva un incontro urgente per affrontare questo delicato tema; incontro mai concesso. Il secondo comunicato stampa, quello del 10 ottobre, a firma Sinagi, Snag e Usiagi, inviato ai Segretari di tutti i partiti, alle redazioni e ai capigruppo di Camera e Senato, denunciava le preoccupazioni per il voltafaccia dell’attuale Governo rispetto agli impegni assunti dal precedente, evidenziando tutte le ulteriori preoccupazioni per lo stato di profonda crisi economica della rete di vendita e quelle ulteriori conseguenti ad una “generica liberalizzazione”. I file di questi comunicati possono essere scaricati dal sito del Sinagi nazionale. Questa è la realtà dei fatti, e pur non esprimendo ulteriori commenti sulle decisioni altrui, è opportuno chiedersi quali potevano essere le alternative allo sciopero rispetto alle cose scritte, peraltro senza alcun riscontro.
La volontà politica di liberalizzare anche il nostro settore è certificata dalla legge Monti del Gennaio 2012; dico volontà perché mentre da un lato questa legge “liberalizza tutte le attività commerciali e professionali”, dall’altro lato, con la stessa legge, inserisce un emendamento al solo articolo 5 al decreto legislativo 170/2001. Non è necessario essere un fine giurista per comprendere che il 170 non è stato mai cassato e che il citato emendamento non può ulteriormente confermare l’impianto normativo di tale decreto che, tra l’altro, è definito “legge speciale”. Un obbrobrio legislativo, di cui le nostre leggi sono purtroppo piene, sul quale interviene però con due sentenze il Consiglio di Stato che ribadisce che il settore è ovviamente liberalizzato e che per vendere i giornali non c’è bisogno di alcuna autorizzazione amministrativa. Poiché queste sentenze fanno giurisprudenza, molto Comuni si sono immediatamente adeguati, altri aspettano una direttiva da parte delle Regioni.
La proclamazione dello sciopero nel 2013, poi revocato per le ragioni che sono state spiegate innumerevoli aveva comunque portato il Governo Letta a presentare un decreto legge (esiste un documento che lo attesta), collegato alla legge di stabilità del 2013, con il quale si confermava la piena validità delle norme richiamate dal decreto legislativo 170/2001, in primis programmazione della rete e conferma dell’autorizzazione amministrativa per la vendita. Tale percorso non si è completato, per la solite questioni politiche, perché il Governo ha presentato la fiducia, tagliando fuori tutti i collegati alla legge finanziaria o di stabilità, con la promessa che questi collegati, quindi anche quello che ci interessava direttamente, sarebbero stati ripresentati con una decreto ad hoc. Il Governo Renzi questa promessa non l’ha mantenuta. Per questo si ritenta la carta dello sciopero che, come tutti sanno perfettamente, è l’ultimo percorso dopo averle tentate tutte. La non condivisione di uno sciopero può essere motivata da molte ragioni, tutte assolutamente legittime, ma io non riesco a trovarle. Quello che più mi preoccupa è l’immagine che darà all’esterno questa categoria; cosa penserà il Governo di questa frammentazione, cosa penseranno editori e distributori locali. Questo sciopero potrà essere considerato come un test per vedere se siamo in grado di reggere una forte protesta e se saremo in grado di reagire alle azioni che il mondo editoriale e distributivo hanno in mente per sferrare un ennesimo attacco ai nostri seppur limitati diritti.
La liberalizzazione del settore porterà inevitabilmente ad un rafforzamento delle posizioni delle nostre c.d. controparti editoriali e distributive. Nessuno pensi che la rivoluzione contrattuale che si concretizzerà con il libero accesso alla nostra attività non lo toccherà minimamente e che sarà la sua professionalità commerciale a tenerlo fuori dalla mischia. Il nostro accordo poggia le sue basi giuridiche sulla 170/2001; ciò è chiaramente descritto nel preambolo della normativa contrattuale. Quindi tutto cambia con l’eventuale abrogazione di questo decreto.
Quali sono le prospettive? Secondo le aspettative dei distributori locali si possono sinteticamente indicare le seguenti:
scelta dei nuovi punti vendita sulla base della loro disponibilità a pagare un costo settimanale per costi di gestione (l’attuale richiesta varia da euro 20 a euro 50 settimanali). Tale richiesta sarà immediatamente estesa ai c.d. promiscui, la cui attività prevalente non sia quella correlata alla vendita dei giornali;
chiusura delle rivendite basso vendenti, cioè con fatturati limitati (in alcune zone il limite è di circa 500 euro settimanali, in altre è anche superiore);
creazione nel tempo ad una rete professionale dedicata, aggiungo dedicata al distributore e all’editore, che sarà plasmata in considerazione di una serie di obblighi, con la scontistica che sarà una variabile dipendente da questi.
Queste, sono le loro idee, avallate con piacere dagli editori, perché l’importante è scaricare costi sulla rete di vendita.
Qualcuno dei nostri colleghi, tra iscritti e non iscritti, sarà in grado da solo di reggere questa rivoluzione epocale? Io penso di no. Quello che è certo che il prima passo di questo progetto è la liberalizzazione del settore, gli altri seguiranno immediatamente dopo.
Da noi tanti colleghi si stanno impegnando allo spasimo per la riuscita di questo sciopero, perché son ben consci dell’importanza del segnale che si vuole dare a tutti, non solo al Governo. Se la rivoluzione contrattuale ci sarà come pessimisticamente esposto, se l’attacco alla nostra rete di vendita sarà portato nei termini indicati, noi almeno non avremo da recriminare nulla, la nostra coscienza ci dirà che abbiamo tentato tutto con passione e determinazione. Se poi le cose dovessero precipitare ulteriormente, la compattezza che abbiamo registrato in questa occasione ci permetterà di misurarci con le forze necessarie. Questo è il quadro non romanzato della situazione. Chi non è d’accordo sullo sciopero, continuerà a non essere anche dopo queste osservazioni. Però almeno avrà altri elementi per riflettere meglio sul suo futuro. Un abbraccio a tutti iscritti e non".



 


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