Domenica 22 Ottobre 2017
   
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Pino Patruno: “Dio fuori le mura, il ricordo di Zara”

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“Dio fuori le mura” è un racconto a sfondo biografico, ed autobiografico, dell’artista e pittore acquavivese Pino Patruno, in arte Pino di Zara. Nato nella città di Zara (oggi Zadar) al tempo della seconda guerra mondiale, fu esule giuliano-dalmata sin dalla più tenera età. Il suo racconto, per anni custodito fra le memorie di famiglia, e mai pubblicato, è stato fatto conoscere agli studenti del Colamonico, del Chiarulli, e del Don Milani, in occasione della prima celebrazione del Giorno del Ricordo ad Acquaviva delle Fonti.

Le memorie di Pino Patruno sono state oralmente espresse al pubblico, per la prima volta, grazie al diretto contributo del Comune di Acquaviva delle Fonti, dell’Associazione culturale “Liberi Di” (con nomina a socio onorario), del blog GenLocal, e dei docenti e responsabili dei rispettivi istituti di scuola media superiore che hanno ospitato l’evento istituzionale.

Questa è la testimonianza che Patruno ha promosso alle scuole di Acquaviva e presso, sempre lo stesso giorno, la Sala Colafemmina a Palazzo De Mari: “Sono nato a Zara negli anni ’40. Nato sotto le bombe. La mia storia non è diretta, ma vissuta attraverso i miei genitori. Io sono, a tutti gli effetti, un piccolo esule: avevo solo 11 mesi al tempo dei fatti. Scoprirò la mia Zara solo a 15 anni: cui è l’età dove chiudo il mio racconto. Mio padre era di Acquaviva delle Fonti: faceva il servizio militare come artigliere scelto nel 1943. Il suo nome, come anche emerge dal racconto, è Stefano. Lui faceva ancora il servizio militare a Nettuno quando fu chiamato, e subito, a servire la madrepatria a Zara: una città italiana che si trovava nella stessa linea d'aria di Ancona, ma dall’altra parte dell’Adriatico. Era parte di una regione di confine: fu l’ultima città ancora italiana per alcuni anni dopo la guerra. Quando solo Trieste, chiaramente, tornò sotto il tricolore: lo dico a chi non fosse attento a queste utili pagine di Storia. Zara era, al tempo, parte di una regione italiana: la Dalmazia. Tutta costiera e con le sue piccole isole. Mio padre mi raccontava di una bellissima realtà, molto simile alle nostre parti, ricca di sole e di mare. Di vita. Con la gente che ti parlava in veneto. In dialetto veneto. E a pochi passi dalla città, però, c’era il confine coi paesi slavi. Zara era comunque una città commerciale, portuale, culturalmente aperta. Sempre in movimento. Mio padre, che non era lì certamente per motivi di ferie, da giovane militare – non ancora ventenne - controllava i documenti, i tesserini… Con tanto di baionetta a tracolla. Aveva solo 19 anni. Lontano da casa. In divisa. Non aveva amici in zona.

Ecco che ne conobbe poi uno. Un giovane simpatico. Uno slavo. Un tipo socievole. Fu subito una buona amicizia. Compagno anche di bevute. Di conversazioni metà in italiano, e metà in lingua slava. C’erano, al tempo, due distillerie in città: una era la nota Luxardo, che si trasferirà ad Ancona. Mio padre e il suo buon amico le conoscevano benissimo… E dopo questa prima soddisfazione, non passerà molto tempo quando Stefano conoscerà una giovane zaratina della sua età: mia madre. Ormai Acquaviva era il passato. Si sposarono nel giro di un anno... Era talmente innamorato di quella città che non sognava nemmeno di andarsene. Ma nessuno, poi, si sentirà al sicuro sotto i bombardamenti degli anglo-americani... Non solo: eravamo a pochi chilometri dall’inferno, dagli scenari dell’occupazione militare nazista in terra jugoslava. Ma era solo questione di giorni: più questi passavano, più l’inferno guadagnava metri.

L’8 settembre del 1943 fu, per tutti gli zaratini, l’inizio della fine. I tedeschi non si fidavano più degli italiani, il nemico era ovunque: e chi non andava a genio, veniva preso e deportato via nei campi. Così crebbe una forte tensione, in città, fra fascisti ed antifascisti. Poi, la tensione divenne presto una sparatoria. Poi sentore di una vera e propria guerra civile. Ecco che l’amico slavo di mio padre si allontana. Non si farà più sentire per molto tempo. Nella mia storia, ad un tratto, scompare. Anche i tedeschi, presto presi dai nuovi problemi bellici, lasceranno la città. Eravamo terrorizzati dai militari tedeschi. Alcuni brindarono pure alla liberazione: ma erano curiosamente in pochi nel farlo… Perché l’aria sentita da molti era ben diversa.

Giungevano strane notizie da città vicine… Slavi che avrebbero aggredito italiani. Presto, anche Zara e la sua gente. Perché dovevano andarsene. Gli italiani erano ritenuti tutti fascisti. Gli italiani dovevano lasciare l’Italia. Quella parte d’Italia non era più Italia. Noi abitavamo in una zona periferica. Mia madre aveva ormai una paura sistematica a camminare per la strada e per le vie del centro. Ma con l’arrivo dei titini, c’era gente che cominciava a sparire dalla mattina alla sera. Gente impiccata alle porte della città. Improvvisamente, ci fu tutto chiaro: dopo l’incredulità, un velo di terrore e di morte avvolse la mia famiglia e la famiglia di mia madre. Di solito quando si parla di foibe tutti pensano ai territori carsici dell’Istria, ma la foiba di Zara era il mare. E di notte, uomini, donne, bambini, vecchi, venivano prima presi dalle loro case, poi pestati, violentati, derubati. Poi uccisi, e fatti sparire giù, al dirupo, alla sommità dagli scogli. I titini erano ancora un po’ confusi sul da farsi. Ma stavano solo cercando di punire i fascisti: e per ponderare una scelta paventata di sterminio, cercarono di parlare al loro nemico. Perché il maresciallo Tito voleva un censimento degli italiani: e magari capire chi avrebbe potuto accettare, su due piedi, di diventare jugoslavo. Solo il 20% degli abitanti di Zara aveva origini slave. Allora ad alcuni italiani si chiedeva, a voce, una possibilità di rimpatrio: Stefano, mio padre, era di Acquaviva, pugliese, e gli fu consigliato di prendere sua moglie e suo figlio e “tornarsene in Italia”.

“Zara è Italia.” – voleva affermare mio padre. E lo disse. Ma non lo era più. E non sempre si capiva, fra gli italiani, chi doveva andar via e chi doveva restare. E per quale motivo doveva restare. Come non si capiva cos’era l’Italia: il Regno del sud? I territori a nord? Tutto questo mentre Zara diventò un’inferno: fra violenze titine, bombardamenti alleati, il terrore nella famiglia di mia madre… con due figli maschi divisi dalla guerra. Un militare della Marina fedele al Regno del sud e uno nella milizia fascista… E più di mezza città rasa al suolo in mano a nuovi padroni. Padroni atti a dimostrare, con loro carte alla mano, che eravamo ufficialmente stranieri a casa nostra. E nell’aria innaturale del focolare domestico, almeno c’era qualcuno che dava amore e lo poteva dare senza pensare ad altro. C’era Laica, la cagnetta di mio nonno. Anche lei diventò un simbolo indelebile dei nostri ricordi di guerra: quando girava intorno al tavolo, ci dava un segno. Era vicino il prossimo bombardamento anglo-americano…

All’immagine della sofferenza degli animali oltre che delle persone, bisognava andare via. Via da Zara. Ma la famiglia di mia madre voleva rimanere. Mio padre e mia madre mi portarono via di casa attraverso un piroscafo per Ragusa: lì avremmo trovato un modo per raggiungere Bari. Si partiva con la migliore delle speranze.

A Ragusa, i titini erano lì ad attenderci: fummo presi e portati per tre giorni in una caserma. C’erano altri italiani. Il terrore. A Ragusa, oggi Dobrovnik, volevano prima schiavizzare le persone e poi ucciderle. - Per noi sembrava finita. - Bastava un rumore di stivale nei corridoi per annuciare la violenza, lo stupro, e la morte, in ogni momento. Questo rumore non tardò ad arrivare e giunse anche presso la stanza dei miei genitori. Fra le tenebre, ecco la luce negli occhi un partigiano slavo in uniforme militare. È silenzio. Questo giovane slavo cominciò a guardare in faccia mio padre. Mio padre rispondeva ai suoi occhi. Altro non poteva fare. E qui, ancora silenzio irreale. Poi, lo stupore di mio padre. L’imbarazzo del giovane titino. - “Stefano…”

“Cosa fai qua?” – Era l’amico slavo conosciuto a Zara. Quello dei giorni di sole, dei bei momenti, delle conversazioni metà slave e metà italiane, e delle bevute. Era passato da quel momento almeno un anno, poco più. “Tu cosa ci fai qua!” – disse mio padre. Poi, ancora silenzio. D’improvviso il militare dimenticò di essere il suo nemico: “Stefano, sono cambiate molte cose. Ma tu devi andare via da qui. Devi tornare a Zara. Qui non è più sicuro.” – “Ma io devo raggiungere Bari. Noi siamo fuggiti da Zara. Nemmeno Zara è più sicura.” – “Non ti preoccupare.” Passarono poche ore: l’amico cominciò a portare aiuti, una cassetta piena di focaccia e una cassetta piena di bottiglie di latte in vetro. Quest’amico era pronto a fare carte false per farci tornare a Zara.

E si tornò a Zara. Alla casa dei miei nonni. Passarono pochi giorni. Si senti bussare alla porta. Mio nonno era ormai terrorizzato: “sono venuti a prenderci, oppure mi portano via uno dei miei due figli.” Era appunto uno slavo, chiedeva di Stefano. La paura mista a rassegnazione si leggeva nel volto di mio nonno. Mio padre uscì, ma capì subito che quell’amico pur di salvargli la vita era pronto a rischiare la sua. E mio nonno vide, di là dal cancello di casa, due giovani uomini amichelvolmente abbracciati. Quello più commosso era mio padre.

“Stanotte. Una nave per Bari.”Era una nave da carico, non per passeggeri. – Ma via. Via subito. Sotto lo sguardo al porto di pochi partigiani immobili e in silenzio. Raggiungemmo così il porto di Bari: distrutto dopo lo scoppio di una nave alleata. Piena di bombe… Mia madre mi ha sempre raccontato con le lacrime agli occhi di essere stati salvati da un amico e per merito di Dio.

Dio era proprio lì, fuori le mura della città di Zara. Nel mare di Zara. È Dio che guida gli animi degli uomini. Dell’amico di mio padre non avemmo più notizie. Si sapeva che chi aiutava gli italiani poteva anch’esso sparire nel nulla.

Sono, da quel giorno, cresciuto. Ho scoperto di essere veramente zaratino solo all’età di 15 anni, mentre vivevo a Roma: presso la comunità giuliano-dalmata. Non solo non eravamo romani, ma eravamo tutti di Zara. Zaratini. Tra noi e noi. E per i romani, come per molti italiani, eravamo solo gente da guardare con sospetto… magari fascisti fuggiti via dalla giustizia partigiana.”

Commenti  

 
#3 Veritas 2017-09-20 05:47
Pino Patruno oggi contribuisce ad un arricchimento dell'orizzonte culturale democratico: invitando i giovani a credere nei valori della società civile e spronando quest'ultimi alla ricerca di un pensiero libero da qualsiasi vecchio muro ideologico.
 
 
#2 Veritas 2017-09-19 21:47
Il presente articolo risale al tempo in cui si incoraggiava il Patruno a parlare delle sue opere. Oggi, per maggiori informazioni, ecco il seguente link: pinodizara.altervista.org/racconti.html
 
 
#1 mary 2017-09-08 19:24
Egregio sig. Pino, neanche dal computer riesco a vedere le opere che ci hai descritto! :-)
 

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