Sabato 17 Novembre 2018
   
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Il 10 febbraio: ragionamenti di là dai soliti manifesti strappati

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Il 10 febbraio 2014 Acquaviva delle Fonti ha celebrato per la prima volta il Giorno del Ricordo. Ancora oggi più lapidi alla memoria sono state profanate in diverse città italiane: tutto ciò è stato anche accompagnato da alcuni articoli di giornale, presenti anche on-line, impegnati ancora in tesi politiche riduzioniste. Magari volte a parare le spalle ad una nota ideologia.

http://genlocal.wordpress.com/2014/02/12/il-10-febbraio-ragionamenti-di-la-dai-soliti-manifesti-strappati/

Magari volte a mostrare che un’intera regione d’Europa, nota ai romani come l’Illyricum, poi parte posta sul mare che fu scissa dalla Pannonia, poi ultima frontiera dell’Impero Romano d’Oriente, poi Repubblica di Venezia, poi Italia di Napoleone (lo stesso che inventò il tricolore), poi Impero Austro-ungarico, poi luogo dei moti risorgimentali e del divieto di parlare in italiano nel 1909, poi ancora Italia, non sia mai esistita: con l’intento di dimostrare che era solo un territorio occupato dall’esercito italiano durante gli accadimenti del secondo conflitto mondiale.

Sono cose che capitano. Magari non si ha il tempo per approfondire.

10 febbraio_io_ricordo L’occupazione nazi-fascista c’è stata: ha avuto luogo nell’entroterra dell’ex-Regno di Jugoslavia. È stata vergognosa. Criminale. Mentre alcuni territori posti sul mare, escludendo l’entroterra, erano palesemente di cultura italiana già dall’anno 1000: ovvero con l’espansione della Repubblica di Venezia. (Repubblica marinara aperta alla lingua franca.)

Le foibe sono state un mezzo di pulizia etnica. In quelle terre volte sull’Adriatico, quelle che hanno conosciuto il Leone di San Marco, si doveva lavorare sull’estinzione dei cognomi e sulla possibilità di estendere nuovi confini, PCI permettendo, oltre la Slavia Friulana: e puntando magari al Triveneto. Tutte verità nascoste a lungo dopo i fatti di Porzus.

E per tutto questo si continuò ad elogiare la figura del maresciallo Tito: responsabile di crimini contro l’umanità al pari di chi ha provocato altro sangue, e altro dolore, soprattutto in Slovenia.

Un po’ meno in Croazia: giacché la diretta occupazione nazista, quella tedesca, aveva fomentato gli ustascia, fascisti croati e futuri nemici di Tito, a fare già libere razzie in terra dove batteva ancora il tricolore.

Sono passati anni da quel triste periodo storico. Anni che furono conditi da ampio silenzio in Italia. E da ampia arroganza altrove. La seconda guerra mondiale non ha fatto altro che sottolineare, confermando precedenti pagine di Storia, quanto sia debole la nostra razza umana: contro i suoi simili armeni, ebrei, omosessuali, rom, testimoni di Geova, slavi, italiani, e civili di ogni razza, fede, e credo politico.

Ma lo diciamo solo noi italiani. E non tutti: solo una buona fetta del popolo italiano. Ma la cosa che più sorprende, nel civilissimo 2014 e con gli euro sloveni inneggianti ad un celebre titino, è che queste parole non si dicono presso i moderni centri sociali e presso alcune conferenze anti-commemorative: mentre invece si continua il “tira e molla” fra i filo-fascisti e i filo-comunisti. Il “reality show”, il “format dell’odio”. Lo scandalo sul sangue dei vinti. L’arroganza di chi giustifica le foibe oltre i confini della città di Trieste. Quella Trieste da far slovena pure per la rivista Playboy - slovena.

La legge n.92 del 2004 parla, però, di gente derubata e morta di morte violenta. Fascisti, anti-fascisti, gente comune. E parla di un esodo “etnico”. Detta espressione - “etnico” - cosa significa?…

Che senso avrebbe, nel dopoguerra, l’aver creato in tutta Italia dei campi profughi propriamente giuliano-dalmati, se alcuni centri sociali di oggi, in Italia, ed alcuni giornalisti di oggi, in Italia, parlano direttamente di occupanti italiani?

“Era il periodo dell’occupazione. Occupanti italiani. Non dobbiamo aggiungere altro.” – Bene. Allora facciamo due più due: “se io sono veneto, me ne tornerò in Veneto. Mi sembra logico…” – “E se io sono siciliano, me ne tornerò in Sicilia.” – Molti giuliano-dalmati hanno lasciato le loro case alle spalle: e “chiedevano più chiodi per le porte e le finestre”.

Fonte autorevole di questa verità è lo spettacolo “Magazzino 18” di Simone Cristicchi: celebre cantante italiano tesserato all’A.N.P.I. e oggetto di rumorose polemiche mediatiche tutte miranti all’immediato disconoscimento del suo status di iscritto. Questo è il link del suo video:

http://genlocal.wordpress.com/2014/02/10/il-giorno-10-il-magazzino-18/

Il cantante ha subito intimidazioni. Non mancano scritte sui muri su tutto il territorio nazionale. 

colamonicoFacciamo ora cenno ad un passo di testimonianza che è stato letto ben tre volte in pubblico e in un solo giorno: ai ragazzi del Don Milani, del Chiarulli, del Colamonico. Ai presenti in Sala Colafemmina a Palazzo De Mari. Per iniziativa dell’Associazione “Liberi Di”, con reading a cura del collaboratore AcquavivaNet, Saverio Francesco Iacobellis: “Mi fecero marciare sulle sterpaglie a piedi nudi, legato col filo di ferro ad un amico che dopo pochi passi svenne e così io, camminando, me lo trascinavo dietro. Poi una voce in slavo gridò: "Alt!". Abbassai lo sguardo e la vidi: una fessura profonda nel terreno, come un enorme inghiottitoio. Ero sull’orlo di una foiba. Allora tutto fu chiaro: era arrivato il momento di morire.
Tutto è incominciato il 5 maggio 1945. La guerra è finita, depongo le armi e mi consegno prigioniero al comando slavo. Vengo deportato in un campo di concentramento vicino Pola. Prima della tragedia c’è l’umiliazione: i partigiani di Tito si divertono a farmi mangiare pezzi di carta ed ingoiare dei sassi. Poi mi sparano qualche colpo all’orecchio. Io sobbalzo impaurito, loro sghignazzano.

Insieme ad altri compagni finisco a Pozzo Vittoria, nell’ex-palestra della scuola. Alcuni di noi sono costretti a lanciarsi di corsa contro il muro. Cadono a terra con la testa sanguinante. I croati li fanno rialzare a suon di calci. A me tocca in sorte un castigo diverso: una bastonata terrificante sull’orecchio sinistro. E da quel giorno non ci sento quasi più.

Eccoci a Fianona. Notte alta. Questa volta ci hanno rinchiuso in una ex caserma. Venti persone in una stanza di tre metri per quattro. Per picchiarci ci trasferiscono in una stanza più grande dove un uomo gigantesco comincia a pestarmi. "Maledetti, in piedi!" strilla l’Ercole slavo. Vedo entrare due divise e in una delle due c’è una donna. Poi giro lo sguardo sui i miei compagni: hanno la schiena che sembra dipinta di rosso e invece è sangue che sgorga. "Avanti il più alto", grida il gigante e mi prende per i capelli trascinandomi davanti alla donna. Lei estrae con calma la pistola e col calcio dell’arma mi spacca la mascella. Poi prende il filo di ferro e lo stringe attorno ai nostri polsi legandoci a due a due. Ci fanno uscire. Comincia la marcia verso la foiba.
Il destino era segnato ed avevo solo un modo per sfuggirgli: gettarmi nella voragine prima di essere colpito da un proiettile. Una voce urla in slavo "Morte al fascismo, libertà ai popoli!", uno slogano che ripetono ad ogni piè sospinto. Io, appena sento il crepitio dei mitra mi tuffo dentro la foiba.

Ero precipitato sopra un alberello sporgente. Non vedevo nulla, i cadaveri mi cascavano addosso. Riuscii a liberare le mani dal filo di ferro e cominciai a risalire. Non respiravo più. All’improvviso le mie dita afferrano una zolla d’erba. Guardo meglio: sono capelli! Li afferro e così riesco a trascinare in superficie anche un altro uomo. Si chiamava Giovanni, "Ninni" per gli amici.”
(Fonte: Arrigo Petacco, L’esodo. La tragedia negata degli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, A. Mondadori, Milano 1999)

Ad Acquaviva, nel giro di poche ore dall’affissione, tutti i manifesti “10 febbraio, io ricordo” sono stati strappati e fatti sparire. Come strappato è però il senso di civiltà di coloro che hanno compiuto un simile gesto.

 

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